Gianni De Martino

Sulla scrittura, la letteratura e l'inumano
sabato, agosto 16, 2008

Maria assunta in cielo

Simbolismi
MARIA ASSUNTA IN CIELO
Lo spirito, ci viene detto, soffia dove vuole. Occorrono tuttavia gli occhi di una donna per vedere dove si posano le sue ali benedette.  Accogliere l’invisibile implica una “posizione” femminile, altra dal regime e l’enigma del discernimento maschile. E’ il genio del femminile che ha un certo sapere di quel che ne è della differenza sessuale che sfugge a ogni tentativo di concettualizzazione. Non a caso il Primo Libro ha reso un omaggio alle prime madri e alla loro genialità nel vedere e nel dire “sì” all’invisibile, al dono e al grande abbraccio della vita.
In tal senso, mi pare, anche le parole del santo Padre in occasione della festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, figura ideale e speranza della Chiesa:
Maria assunta in cielo ci indica la meta ultima del nostro pellegrinaggio terreno.
Ci ricorda che tutto il nostro essere - spirito, anima e corpo – è destinato alla pienezza della vita; che chi vive e muore nell’amore di Dio e del prossimo sarà trasfigurato ad immagine del corpo glorioso di Cristo risorto; che il Signore abbassa i superbi e innalza gli umili (cfr. Lc 1,51-52).
Questo la Madonna proclama in eterno col mistero della sua Assunzione.
 Che Tu sia sempre lodata, o Vergine Maria! Prega il Signore per noi.
(Parole del Santo Padre alla recita dell'Angelus, 15 agosto 2008)
 
Parlando del “nostro essere”, colpisce il fatto che il papa abbia specificato: “spirito, anima e corpo”. Una tale tripartizione è comune a tutte le tradizioni autentiche. Nei Cristiani, non sembrava esplicita che presso gli gnostici e gli alchimisti, eredi degli stoici e dei pitagorici. La troviamo citata in san Paolo, nella prima lettera ai Tessalonicesi ( 5-23): “Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”.
 Con Cartesio, che ha preteso stabilire tra anima e corpo una separazione radicale, eravamo forse stati portati a dimenticare la complessità reale. Qui invece il simbolismo appare come più adatto alle esigenze della natura umana, che non è unicamente intellettuale, ma composta da una base sensibile e strati percettivi, emotivi, cognitivi di grande complessità. La tripartizione “spirito, anima e corpo” non sembra un’invenzione artificiale dell’uomo, ma si trova, per così dire, nella natura, essa stessa “segno” e “simbolo” delle realtà trascendentali – oltre tempo e spazio, e per niente simili alle idee che ce ne facciamo.
Volendo porsi e limitarsi al solo punto di vista antropologico, va osservato che senza una donna per testimoniare la presenza della prima metafora e del suo passaggio, forse a questo mondo non esisterebbero nemmeno i poeti e la poesia.
Dev’essere molto dura, oggi,  la condizione di quei numerosi poeti che si sono gettati nelle tenebre del nulla e i brancolamenti, anche intraverbali, del nichilismo attivo. Gioia non mescolata alla polvere roteante del post-moderno, del post-mortem e del post-tutto, per quelli che sono stati visti  dagli occhi e il cuore di una donna.
Che Tu sia sempre lodata, o Vergine Maria! Prega il Signore per noi.
 
Immagine
 
Maria Ss.ma del Buon Inizio
venerata dal Servo di Dio Giovanni Paolo II,
durante il suo ministero sacerdotale a Niegowic, Polonia.
 
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giovedì, agosto 14, 2008

Il sutra del Cuore della saggezza trascendente

Il SUTRA DEL CUORE DELLA SAGGEZZA TRASCENDENTE
 (PrajñÄpÄramitÄ Hridaya SÅ«tra
摩訶般若波羅蜜多心経PrajñÄpÄramitÄ Hridaya SÅ«tra
"Gate gate PÄragate PÄrasamgate Bodhi svÄhÄ "
 su YouTube 5 min.
 
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domenica, agosto 10, 2008

Per chi suona la campana

NESSUN UOMO E’ UN’ISOLA
Meditazione XVII, sulla malattia e la morte (estratto)
di John Donne
Forse quello per chi suona il campanello è così malato da non sapere che questa campana sta suonando per lui: e io forse mi posso credere di stare ben meglio di quanto sto, che cotanti mi circondano, e costatano le mie condizioni, lo potessero aver fatto suonare per me, senza ch'io lo sappia.
La Chiesa è Cattolica, universale, e così lo sono tutte le sue azioni; tutto quanto fa appartiene a tutti. Quando battezza un bambino, quest'azione mi riguarda, poiché proprio questo rilega quel bambino a questo corpo che è anche la mia testa, e s'innesta a questo corpo cui sono un membro. E quando sepellisce un uomo, quest'azione mi riguarda; l'umanità intera è di un autore solo, ed in un solo volume; quando muore un uomo, non si strappa un capitolo dal volume, anzi lo si traduce in una lingua migliore; e ci vorrà che tutti i capitoli vengano così tradotti; Dio impiega parecchi traduttori; certe parti sono tradotte dall'età, altre dalla malattia, altre dalla guerra, altre dalla giustizia; ma la mano d'Iddio si trova in tutte le traduzioni, e la sua mano rilegherà tutte le pagine cosparse per questa biblioteca dove riposeranno tutti i libri aperti gli uni per gli altri.
Per conseguenza, la campana che suona per una predica non chiama soltanto il predicatore ma anche tutta la congregazione, dimodoché questa campana ci chiama tutti; ma quanto più a me, che sono portato così vicino alla porta dalla malattia.
(…) Chi è che non alza gli occhi verso il sole quando questi spunta? Ma chi è che non toglie lo sguardo da una cometa quando essa accade? Chi è che non tende l'orecchio per udire una campana che suona per qualche occasione? Ma chi è che la può distogliere da quel rintocco che sta faccendo passare un pezzo di lui stesso al di fuori di questo mondo?
Nessun uomo è un'isola, intera per se stessa; ogni uomo è un pezzo del continente, parte della Terra intera ; e se una sola zolla vien portata via dall'onda del mare, qualcosa all'Europa viene a mancare, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o la casa di un uomo, di un amico o la tua stessa casa. Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io son parte vivente del genere umano. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te.
John Donne, Devozioni per occasioni di emergenza, Roma, Editori Riuniti, 1994.
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venerdì, agosto 08, 2008

Georges Lapassade in Marocco ( 1 )

GEORGES IN MAROCCO ( 1)
Tracce di un movimento culturale ( 1969- 2008)
di Gianni De Martino
Come faremo senza il “tornado” Georges Lapassade, senza il suo amore per la verità, senza la sua inesorabile tenacia nel “misurare” i limiti kafkiani della burocrazia e svelare i “segreti” ( un “non detto” in genere legato ai soldi e al sesso ) di gruppi, organizzazioni, istituzioni che si vogliono maturi, immacolati ed autorevoli? L'aria è piena di suoi ricordi, di peripezie universitarie legate agli avvenimenti del Maggio 1968 in Francia, e di “interventi” in Tunisia, in Marocco, in Québec, in Brasile, in Germania, in Italia, con incontri, convegni, dibattiti, indagini sempre improvvisate sul campo, riflessioni su quel vero e proprio enigma che è l’ “istituzione” e feconde rimesse in causa - rintracciabili in una miriade di articoli e numerosi libri, circa quaranta, tradotti in varie lingue. A partire dal suo primo libro L’ Entrée dans la vie, il saggio sull’incompiutezza dell’uomo del 1963, un libro profetico che svelava il “mito dell’adulto” e anticipava l’irruzione sulla scena sociale e politica del “desiderio dissidente” ( come poi dirà Elvio Fachinelli, l’autore della Mente estatica, analizzando la breve e intransigente stagione della fiammata di speranze e delusioni antagoniste ). L’essenziale della tesi di Lapassade è che la maturità è una maschera. E questo è quel che sanno tutti gli amanti, gli innamorati e specialmente gli adolescenti nell’ora delle scelte decisive. Se il destino dei giovani è la rivolta, è perché la prospettiva della maturità, nella società nichilista della soddisfazione ottimale dei bisogni, è percepita al costo di una rinuncia al desiderio. La loro rivolta è un rifiuto d’ “integrarsi” passando per lo stampino della normalizzazione. La reale maturità consisterebbe infatti nella consapevolezza della propria incompiutezza e nell’assumerla. Da qui il rifiuto della “follia della normalità” e l’ interesse del “professore della transe” per i fenomeni di passaggio, apparentemente marginali o rifiutati, come la transe, appunto, la “dissociazione adolescente”, la cosiddetta devianza e le sottoculture e controculture giovanili. 
Lapassade convocava biologia, psicologia, filosofia per mostrare che il piccolo d’uomo è segnato fin dalla nascita dalla sua incompiutezza e che la pretesa maturità dell’età adulta non è mai completa. E così l’autore del Mito dell’adulto ( come da noi in Italia fu intitolato L’Entré dans la vie, uscito nel 1971 per Guaraldi ) si lavorava lavorando. Affermava, al seguito di Bolk, Freud, Marx e Nietzsche, che l’intera vita è il continuo tentativo di nascere a se stessi, un processo che ci porterà a una nascita piena quando moriremo.  Era l’annuncio della morte della Cultura ( borghese ) e l’emergenza di un desiderio e di uno strano bisogno di sconvolgimento non più dissimulato o congelato nei corpi e nelle istituzioni.
I corpi sottratti alla Famiglia, al Partito, all’Oratorio dilagavano ovunque, come un inconscio sociale portatore della ricchezza corrosiva della vita. Vivere, solo vivere fuori dai coglioni di Padri, Madri, Professori, Preti, Poliziotti, Sociologi, insomma “dissociarsi” e vivere fuori dal grigiore dei cosiddetti “adulti” e dei guardiani del terreno dei bisogni, allora sembrava non esistere altro sogno più bello e più crudele di questo. Nello stesso tempo, però, Lapassade non aveva i capelli lunghi, e anche se indossava maglioni esistenzialisti e andava in facoltà a Vincennes senza cravatta guadagnandosi la fama di un outsider restava pur sempre un professore universitario che agiva dentro l’istituzione universitaria cercando di cambiarla. Cosa che mandava in transe i situazionisti, giovani intellettuali all’inseguimento di un marxismo eretico, affettivo, una specie d’irriducibile sete di distruzione diretta criticamente contro ogni forma di organizzazione politica “all’Ovest come all’Est” e tutti quelli che cercavano di cambiarle: i capi, i burocrati, i tecnocrati, i dirigenti sindacali, gli urbanisti, i direttori, i leninisti, gli artisti, i castristi, i surrealisti, i provo, i professori, compreso Lapassade con la sua analisi istituzionale e la proposta di autogestione pedagogica. E così nell’ “Internazionale Situazionista” n. 9 dell’agosto 1964 apparve a piena pagina una sentenza espressa nel linguaggio settario e irridente dell’epoca: “ Monsieur Lapassade est un con” . Era il periodo in cui i giovani , non solo i situazionisti, gli hippies e i drop out, rifiutavano la società delle tre “M” ( Moglie/Marito, Mestiere, Macchina) e fallivano in massa la loro “entrata nella vita” adulta. Con il Maggio 1968 accadeva proprio quello che Lapassade aveva previsto, e L’ Entrée dans la vie fu considerato, insieme a Eros e civiltà di Marcuse, come uno dei testi di riferimento della contestazione e della critica al “socialismo reale” e alla civiltà industriale. Non a caso Henri Lefebvre – come ha ricordato recentemente Remi Hess – lo riteneva “uno dei più grandi libri del xx secolo”.
E lui, Georges Lapassade , dov'è? In transito nel punto, intenso e feroce, in cui la vita va al di là. La perdita è infinita. Forse è giunto da sempre, per sempre, all’Energia che è vita d’intensità prodigiosa, prima del Tempo e dello Spazio, che comunque non sono una risposta. Anche perché sono innumerevoli i tempi, gli spazi e le storie possibili, o anche impossibili. Georges Lapassade è passato ormai alla sua piena maturità, ed ora riposa nella grande pace del cielo degli autori. Il primo ricordo che mi viene in mente, mentre la memoria diviene densa, agglutinante, com’è forse la memoria di tutti gli esseri incompiuti, è dei giorni favolosi che abbiamo passato a Essaouira, sulla costa atlantica del Marocco, quando lui aveva 45 anni, capelli neri sui grandi occhi color nocciola, corpulento come un montanaro del Béarn, di Arbus, il suo paese natale nei Pirenei, dove era stato istitutore e da dove era sicuro di essere stato cacciato quando i giovani del villaggio, una sera, gli avevano chiesto spiegazioni sui rumori che correvano su di lui, strane voci sulla sua vita sessuale. Bisognava mentire, negare, partire in esilio come un Gourmanché d’Africa per aver trasgredito la legge del proprio gruppo. Accettereste voi nel vostro gruppo un beduino del Delta, un cammello con due gobbe o un insegnante che come Socrate mette tutto l’ovvio che ci costituisce in discussione e cerca l’amore dei ragazzi ? Nessuno è perfetto o davvero “maturo”. Occorre molto coraggio per diventare “adulti” ed affrontare un matrimonio. Meglio, pare, starsene tra ragazzi, i propri simili, invece di svegliarsi, la notte, e scoprire con un brivido un corpo di donna che dorme, o magari finge di dormire, nel vostro letto. Chissà perché poi nei villaggi, nei gruppi attraversati dall’istituzione “si fanno un sacco di storie per ogni minima deviazione”, come diceva anche Michel Foucault.
Così Georges si era “esiliato” prima a Montpellier, poi a Parigi dove arriva nel 1950. Negli anni 1950 frequenta il quartiere latino e si confronta con gli intellettuali parigini dell’epoca e con la scrittura. Merleau-Ponty gli propone di scrivere per «  les Temps modernes ». Prima assistente universitario, diventa dottore in lettere nel 1962 e insegna sociologia come cooperante all’università di Sidi-Bou-Said presso Tunisi, dove scopre lo « stambeli », un rito di transe la cui musica africana gli sembra all’origine del blues e del jazz. Al seguito di uno sciopero di studenti da lui appoggiato, mentre Foucault, che pure insegnava nella stessa università si tiene in disparte, viene espulso dal governo tunisino con una lettera che mette fine alla sua cooperazione. Arriva a Tours nel 1966 e vive il Maggio 1968 a Parigi ( celebre la sua insistenza, contro il parere dei gruppi maoisti che ritenevano « poco serio » quell’intervento, di portare un pianoforte e fare musica nella Sorbona occupata, circondata dai poliziotti in assetto di guerra). Nel 1971 diventa professore in scienze dell’educazione all’Università di Parigi VIII, vivendo la vita di un intellettuale parigino, con i suoi intrighi universitari, le sue psicoanalisi, di cui una, interrotta, con Jacques Lacan, i suoi incontri, le sue amicizie. Nel marzo del 1971 anima un numero memorabile della rivista “Recherche – Grande Encyclopédie des Homosexualités”, con – per citare solo alcuni amici , di cui molti in memoriam: Catherine Bernheim, Gilles Chatelet, Michel Cressole, Gilles Deleuze, Laurant Dispot, Michel Foucault, Jean Genet, Felix Guattari, Daniel Guérin, Pierre Hahn, Guy Hocquenghem, Jean-Jacques Lebel, Georges Marbeck, Anne Querrien, Alex Sandra, Jean-Paul Sartre, Josy Thibaut, Xavier… Sulla copertina, a grandi lettere: “Ça branle ! Lâchez les pédales”.  Oppure, a scelta: “- Trois milliards de pervers. - Marie-France. -. Vives nos amants de Berbérie”. ( continua...)
Nella foto in alto : Georges Lapassade
( image source  dal sito dell’ Università Paris 8)
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venerdì, agosto 08, 2008

Georges Lapassade in Marocco ( 2 )

GEORGES IN MAROCCO ( 2 )
Tracce di un movimento culturale ( 1969- 2008)
Nel frattempo, in quell’estate del 1969, Georges era venuto in Marocco, in paese berbero,  per vedere un amico, Julian Beck, il fondatore con Judith Malina del Living Theater. Si conoscevano da tempo, si erano poi incontrati a Grenade e Beck gli aveva proposto di raggiungerlo in macchina a Essaouira dove doveva passare l’estate con parte del suo gruppo in piena crisi (“ La Cultura Borghese”, aveva proclamato Beck tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta, “ è il nostro Palazzo dell'Oppressione. Evadere. Arte come azione! ”. E ora, nell’estate del 1969, si lamentava dicendo a Georges e a chiunque volesse ascoltarlo: “Siamo diventati troppo famosi”. Lo diceva mentre accarezzava un gatto sulle ginocchia a casa di Murad Ottmani, un giovane intellettuale del posto. Da qualche parte, in cantina, debbo avere  una sua foto di quel periodo...). 
Essaouira, l’ex Mogador, l’ex “porto di Timbuctù”, era una piccola città diventata marginale dopo la fine dei commerci transahariani e la costruzione del porto artificiale di Casablanca. Era  calma, tranquilla, sognante. Di notte, nei vicoli della medina spazzati dal vento, non si vedevano altro che gatti che rovistavano fra mucchi di scorze di cocomero e teste di sardine. Vivevo a Essaouira da due anni in una casa in Rue Youssef ben Tachfine presa in affitto da Lalla Sadia.
 Erano due stanze in alto, sulla terrazza bianca di calce, sotto un cielo di panni stesi ad asciugare e il sovrastante minareto, tozzo, quadrangolare. Cinque volte al giorno il muezzin prima tossiva un po’, poi gracchiava da un altoparlante l’invito alla preghiera, seguito dall’abbaiare dei cani del quartiere. In sincronia, dalla campagna circostante, giungevano gli echi degli altri minareti fra palme sbilenche in lontananza. E il cielo era scipito e blu, come forse sono tutti i cieli in cui vige una religione di Stato. Al piano di sotto ( la casa era su tre piani, oggi c'è l' "Hotel Maroc") c’era il bordello di Sadia, animato dalle danzatrici dette skirat e frequentato solo di notte dai notabili del paese e anche dal muezzin che potevo scorgere dalla mia terrazza rasentare i muri con molta circospezione, il cappuccio della gellaba calato sugli occhi e in mano una bottiglia di vino accuratamente avvolta nella carta di giornale. Una volta vidi anche il commissario di polizia, quello che doveva rinnovarmi il permesso di soggiorno, pizzicare il grosso sedere di Sadia che quando usciva di casa indossava l’haik bianco e le si intravedevano i denti d’oro in trasparenza attraverso il velo. Quando Martine, la mia ragazza di allora mi lasciò per mettersi con un hippie, Sadia venne a trovarmi su in terrazza e disse: “ Mal au coeur ? Male al cuore ?”. Allora le donne non portavano il velo, solo le prostitute si velavano, e chi non rispettava il digiuno del ramadan non veniva perseguitato, come avviene oggi al seguito della diffusione dell’islam waabita, un islam rigido e puritano, molto diverso dall’islam marabutico del Marocco tradizionale.
Era il periodo hippies, avevo ventidue anni e  a Milano nel 1967 avevo partecipato alla redazione di “Mondo Beat” e mi ero beccato un foglio di via durante l’irruzione della polizia al campeggio di via Ripamonti, un tentativo di comune urbana autogestita battezzata “Nuova Barbonia” dal “Corriere della Sera” e disinfettata con molto DDT dal S.I.D. ( il Servizio Immondizie Domestiche del Comune di Milano). Arrivato a Essaouira nel novembre del 1967, tutto quello che allora m’interessava era restare fuori dai coglioni di tutti e – nell’ordine - scrivere, fumare il kif, fare l’amore e praticare il surf sui cavalloni immensi dell’Atlantico, un mare alto, grigio, già africano, che i ragazzi chiamavano Taghart.
Chi non avrebbe voluto fare come noi? I ragazzi raccontavano che Sadia non portava niente sotto, e gli intellettuali del posto dicevano che Georges era contro il Progresso perché s’interessava dei “marginali”, non gli piaceva la musica arabo-andalusa ma quella dei “negri” ed era pure “avaro” perché non comprava mai niente nel suk e invece di andare al ristorante dell’" Hotel des Iles" andava a mangiare l’harira, una zuppa di ceci e  vermicelli, resa acidula dal pomodoro, profumata di coriandolo e molto piccante  , al quartiere di Bab Doukkalà  dove accanto alle pompe di benzina sostavano le corriere polverose della CTM, un posto frequentato solo da viaggiatori e dalla gente di bassa classe, gli “zouvfris”: gli scioperati, i delinquenti, i neri. Una volta mi dissero che il nuovo arrivato, Georges Lapassade, era un vecchio monsieur che si vestiva come un giovane, con i pantaloni a zampa d’elefante. Lo si vedeva fermare per strada, nei vicoli della medina, chiunque incontrasse, chiedendo loro a gran voce l’indirizzo della zaouia dei Ghnaua e se conoscessero questo o quel maalem, maestro delle cerimonie, come Boubker, per esempio: “ Sapete dirmi dove posso vedere il maalem Boubker… BOUBKER, vi ho detto!”. In genere i ragazzi dei vicoli rispondevano svogliatamente: “M’moumtà!” ( “Più in là”) e gli hippies ridevano, strafatti com’erano dal vento, dall’amore e dal kif, e talvolta lo invitavano a prendere un tè alla menta a casa loro, in stanze dai pavimenti cosparsi di sacchi a pelo, bucce d’arancia e mozziconi di candela .
Gli hippies della prima ondata non erano ancora numerosi, venivano al fresco di Essaouira in estate, lasciando quella pentola rovente di Marrakech. Inizialmente guardati con sospetto dai locali ( correvano voci che gli hippies mangiassero i gatti ), poi si erano bene o male  integrati con la popolazione e affittavano case ornando i muri con poster di Shiva e di Visnù o dipingendoli con affreschi psichedelici al fosfospruzzo. Quel mese d’agosto del 1969 era sbarcato a Essaouira anche Jimi Hendrix, proveniente dal Canada, aveva alloggiato all’"Hotel des Iles" e ripreso il volo dopo un paio di giorni, il 5 o il 6 agosto per partecipare a Woodstok. Ebbe il tempo di conoscere Hassan, detto “ “the king of shilom”, un giovane artigiano di marqueterie, adepto Ghnaua e suonatore di guembrì, che aveva il migliore ashish di Essaouira. Hendrix ebbe  appena il tempo di conoscere anche Julian Beck e Georges Lapassade. Immaginatevi la scena mentre si passano un joint o un sebsì, una pipetta di kif a casa di Paco, un giovane suonatore Ghnaoua. Ho descritto la scena in Marocco. Una guida diversa per viaggiare differente ( uscito a Roma per Arcana nel 1975, insieme a M’Hashish & Cento Cammelli nel cortile di Paul Bowles e Mohamed M’Rabet, che in quel periodo vivevano a Tangeri ). “ Mura bianche. Stuoie di rafia per sedersi a terra e candele accese. Beck rifiuta la pipa tesagli dal sociologo francese Georges Lapassade. ‘ Non fa niente Julian, puoi passarla a Jim ?’. E così di seguito, si fa il giro. Paco prende il suo guembrì, una specie di chitarra a tre corda con sul manico dei sistri tintinnanti, e fa cenno ai suonatori di qerqaba, dei crotali di ferro. Cerca di condurci così fuori dal tempo… Un’aura magica si forma. Il tempo cambia e cambia anche lo spazio, che sembra come prodotto da una sottile ascensione…”. Paco diceva di non credere ai ginn, che i “veri” ginn o m’louk sono il potere, e sarà all’origine del gruppo pop marocchino “Nass el Giwane”.
Quando Georges arrivò a Essaouira fu il “tornado”. Niente vacanze, finite le vacanze. Ci mise tutti al lavoro. Chi a cercare contatti con i maalem, chi a registrare le musiche, io dovevo sbobinare e trascrivere i canti con l’aiuto di Magid Abdeslem: “Oh oh Sidi Bouderbella / Liberaci signore Bouderbellà”. Bouderbellà era un m’louk, una specie di ginn che quando possedeva gli adepti, questi dovevano vestirsi con una tunica composta di pezzi di stoffa di vari colori, e munirsi di un bastone e di una borsa di pane secco. Bouderbellà era un sufi vagabondo, simile ad Arlecchino. Georges aveva scoperto l’esistenza dei Ghnaua, una confraternita di neri che praticava la transe e i riti di possessione che lui aveva già incominciato a studiare in Tunisia, poi in Senegal con l'équipe del dottor Collomb e Michel Leiris, con la differenza, diceva, che a Tunisi questa cultura era disprezzata, mentre a Essaouira era al centro della cultura popolare.
Nel 1969 uscì il celebre articolo di Lapassade su “Lamalif” intitolato “Essaouira, ville à vendre”. Era la scritta lasciata su un pannello all'ingresso della città dai giovani ebrei che lasciavano Essaouira con le loro famiglie, svendendo i loro averi e le loro case del mellah,  per raggiungere Israele o il Canada, dopo la guerra dei sei giorni. Ed era anche l’emblema di un porto una volta fiorente e ora in piena decadenza, gremito di giovani disoccupati. Senza nient’altro da fare che lo struscio avanti e indietro come cammelli sulla spiaggia deserta, suonare tamburelli, guembrì e qarqaba per entrare in transe e dimenticare la miseria, oppure sedere, senza consumare, ai tavoli dei caffè mori, proibiti alle donne e ai veicoli, ascoltando il vento che soffiava da sotto gli usci e sognando un mondo in cui la vita potesse essere diversa. Quando nei caffè mori qualcuno annunciava l'arrivo di  una rafle della polizia, tutti nascondevano le pipette e il kif dentro i calzini. ( continua...)
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venerdì, agosto 08, 2008

Georges Lapassade in Marocco ( 3 )

GEORGES IN MAROCCO ( 3 )
Tracce di un movimento culturale ( 1969- 2008)
Il primo festival musical d'Essaouira ebbe luogo alla fine dell’estate del 1980 e Georges partecipò attivamente alla sua organizzazione e al colloquio sulla musica popolare. Nel 1982, creò con Lakhdar la rivista "Transit", nella quale vennero pubblicati gli atti del Colloquio musicale del primo festival e poi, in un secondo numero, edito all’Università di Parigi 8, i risulati dell’inchiesta del 1981. Altre inchieste etnografiche seguirono, tra le quali quella di Abdelkader Mana presso i Regraga della regione di Essaouira. Con la morte prematura di Lakhdar, nel 1989, che nel frattempo era diventato Direttore del Museo di arti popolari, il rapporto privilegiato che aveva potuto stabilire con la regione di Essaouira sarebbe finito se Frédéric Damgaard non gli avesse aperto la sua galleria.
Fu solo nel 1975, che, grazie a e ad alcuni suoi studenti, Georges potè assistere a una cerimonia ghnaua completa. Il rituale si compone infatti di due parti: la prima musicale, accessibile a tutti, la seconda, dopo l’incensazione dello spazio rituale, con vere e proprie possessioni terapeutiche. A impedire l’ingresso era il fatto che in Marocco, a differenza della Tunisia laica di Bourghiba, le moschee sono proibite ai non-musulmani. Ora, poiché il rito ghnaua, che contiene elementi africani e marabutici del sufismo popolare, ha a che fare con l’islam, c’erano non poche difficoltà per entrare in una zaouia ( santuario ) o a casa dei musulmani che praticavano il rituale per motivi terapeutici. Anche l’ostacolo etnico in etnografia e altrove fu oggetto delle indagini di Georges Lapassade. Specialmente dopo la prima guerra del Golfo, e poi con l’11 settembre, quando la tanto celebrata “convivialità” del Marocco fu messa a dura prova dall’irruzione sulla scena mondiale del terrorismo che si proclamava, a gran voce, di matrice islamica.
Nell'estate del 1975 Georges era venuto a Essaouira per un'inchiesta alla quale, oltre ad Abdarrani Maghnia, Hussein Miloudi, Abderrhamane Kirrouj e Boujemaâ Lakhdar, partecipavano anche alcuni italiani: il sindacalista milanese della CISL Marco Tamborini e due psicologhe fresche di laurea: Mariella Seminara e Rosamaria Vitale. Incontrata per la prima volta con Georges al Cafè de France, Rosamaria divenne  mia moglie nel 1976, quando tornai a Milano dopo circa dieci anni di Marocco e ci stabilimmo in via Trivulzio con i due figli avuti nel frattempo, Karim e Gianluca. Georges veniva a trovarci, i ragazzi lo chiamavano zio Georges. Aveva molte famiglie, la sua famiglia erano gli amici...
Da allora, dalla scoperta di questo piccolo porto nell’estate del 1969, fino a quando la malattia non glielo ha impedito, Georges tornava ogni anno a Essaouira e nella regione, contribuendo al riconoscimento di un patrimonio culturale ormai diventato una risorsa, anche turistica, della regione. Ormai la celebrità dei Ghnaua, sia pure folklorizzati, è tale, che tutti conoscono Essaouira. I testi di Georges Lapassade sul Marocco dal 1969 al 1998 sono stati raccolti in un libro intitolato Regards sur Essaouira ( Marrakech, Traces du présent, 2000). Vi hanno contribuito Jean-Francois Robinet e Frédéric Damgaard, e per il loro lavoro d’archivio e il loro contributo Abdelkader Mana e Abdelkabir Namir, ricercatori marocchini iniziati da Lapassade ai metodi etnografici di ricerca in scienze dell’educazione e scienze sociali. L’ultimo libro sulla cultura di Essaouira , un diario sulle tracce della confraternita dei Regraga, D'un marabout l'autre (Atlanta Transhumances, Biarritz, 2000, fotografie di Frédéric Damgaard),  gli è valsa una lettere di ringraziamento di S.M. Mohamed VI. “ Quest’opera – scrive il re del Marocco a Georges Lapassade – oltrepassa il quadro di un semplice diario etnografico per iscriversi in un’analisi profonda del fatto sociale e religioso di Essaouira”. E aggiunge: “ La vostra presenza sul terreno, e l’indubitabile amicizia che vi anima nei confronti del Marocco e in particolare di Essaouira, sono altrettanti elementi che hanno donato al vostro lavoro tutta la sua forza e quintessenza”. Caro Georges Lapassade, che volevi essere accolto e ci accoglievi come voleva il cuore. Chissà cosa avrai pensato di questa buona parola che suona più che come un semplice riconoscimento ufficiale come una specie di riparazione per tutto quello che l’istituzione ti ha fatto passare. Eccoti finalmente tornato a casa, sano e salvo. Senz’altro, “la buona parola reale” ( come osserva Namir ) avrà confortato il cuore di Georges Lapassade, che la malattia, alla fine della sua lunga carriera, impediva di ritornare in Marocco e a Essaouira che ha tanto amato, alla ricerca di una fraternità che sembrava perduta.
 
Qualche riferimento bibliografico
Benachir, Bouazza, Négritudes du Maroc et du Maghreb. Servitude, cultures à possession et transthérapie, préface de G. Lapassade,  L’Harmattan Paris 2001.
Abdelkader, Mana, Les Regraga, Eddif Maroc, Casablanca 1998.
Lapassade, Georges, , « Essaouira, ville à vendre », in Lamalif, n° 33, Casablanca 1969.
Lapassade, Georges, Gens de l’ombre, Transes et Possessions, Anthropos, Paris 1982
Lapassade, Georges, L’ethnosociologie, Paris: Méridiens-Klincksieck,1993.
Lapassade, Georges, , « Notes sur l’histoire de Mogador », in Traces du Présent, n° 2-3, Marrakech 1994
Lapassade, Georges, , « Les Gnaoua d’Essaouira, thérapeutes de la différence », in Africultures, Paris : L’Harmattan, octobre1998.
Lapassade, Georges, Sabba negro, Moizzi, Milano 1978
Lapassade, Georges, Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe, Urra-Apogeo, 1997/2008.
 
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mercoledì, luglio 30, 2008

Addio a Georges Lapassade

ADDIO A GEORGES LAPASSADE

 

   "Se l'uomo vuole essere soggetto, attore cosciente della sua storia deve analizzare le istituzioni dalle quali dipende, per analizzare le istituzioni che lo attraversano e trovare nell'azione di gruppo una via d'uscita all'atomizzazione burocratica della quale è vittima" (G.Lapassade).
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 Nato il 10 maggio 1924 ad Arbus, un piccolo villaggio nei Pirenei, nel sud della Francia, è morto oggi a Parigi Georges Lapassade. Professore emerito di Etnografia e Scienze dell'Educazione presso l'Università di Parigi VIII, era considerato con René Lourau uno dei padri dell'analisi istituzionale. Autore di numerose opere sugli stati modificati di coscienza, nella sua lunga carriera si è occupato delle culture nordafricane e afroamericane, con particolare interesse per i temi della ‘transe’. Il suo lavoro era caratterizzato dall’implicazione personale nei gruppi, le organizzazioni e le istituzioni che egli “misurava” come l’agrimensore di Kafka nel ‘Castello’, per farne emergere la verità e i segreti, e dall’ idea che l'educazione si radichi nel corpo, nella sensibilità, nell'immaginario, oltre che nell'intelletto, per affrontare la comprensione scientifica di una complessità in movimento..
 
E’ un procedere che si richiama all’analisi istituzionale (il movimento della psicosociologia francese nato all’Università di Parigi-Vincennes), allo studio degli etnometodi di Harold Garfinkel e alla lotta politica per  una burocrazia aperta e un reale più largo.Questo procedere ha origine nel suo primo libro L'Entrée dans la vie, saggio sull’incompiutezza dell’uomo apparso nel 1963, tradotto in Italia nel 1971 da Sergio de La Pierre per Guaraldi con il titolo Il mito dell’adulto. In questo senso va compreso l’interesse di Lapassade per fenomeni di passaggio e apparentemente marginali come la transe, la “dissociazione adolescente”, la cosiddetta devianza e le sottoculture giovanili. Il mese scorso le edizioni Urra-Apogeo hanno ripubblicano un suo fondamentale testo Dallo sciamano al raver uscito in prima edizione presso Feltrinelli nel 1980. Come ricorda un suo studente, il musicista Salvatore Panu: “ Amava, cantava e voleva sentire cantare ‘le temps des cerises’, il canto della Comune di Parigi”, una delle più belle pagine della canzone francese. Un abbraccio a tutti quelli che lo conoscevano personalmente.
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— Le temps des cerises
Bobbejaan & Geike (hooverphonic)
 
Quand nous chanterons le temps des cerises
Et gai rossignol et merle moqueur
Seront tous en fête …
Les belles auront la folie en tête
Et les amoureux du soleil au cœur
Quand nous chanterons le temps des cerises
Sifflera bien mieux le merle moqueur
 
Mais il est bien court le temps des cerises
Où l’on s'en va deux cueillir en rêvant
Des pendants d'oreille …
Cerises d’amour aux robes pareilles
Tombant sur la feuille en gouttes de sang
Mais il est bien court le temps des cerises
Pendants de corail qu’on cueille en rêvant
 
Quand vous en serez au temps des cerises
Si vous avez peur des chagrins d’amour
Evitez les belles …
Moi qui ne crains pas les peines cruelles
Je ne vivrai point sans souffrir un jour
Quand vous en serez au temps des cerises
Vous aurez aussi vos peines d’amour
 
J’aimerai toujours le temps des cerises
C’est de ce temps-là que je garde au cœur
Une plaie ouverte …
Et Dame Fortune, en m’étant offerte
Ne pourra jamais fermer ma douleur
J’aimerai toujours le temps des cerises
Et le souvenir que je garde au cœur
 
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mercoledì, luglio 30, 2008

L'Iran non vuole fermarsi

FLAGELLI
L'IRAN NON VUOLE FERMARSI

NESSUN PASSO INDIETRO SU PROGRAMMA ATOMICO
L'Iran prova a mostrare i "muscoli"
                     
Ahmadinejad: «I nemici non riusciranno a fermare il nostro programma».
 
"Se anche riuscissero a isolarci, l'Iran diventerà ancora più determinato a continuare la sua strada verso il nucleare – afferma  il Presidente iraniano -. Quelle potenze tracontanti debbono sapere che le minacce e le pressioni non le metteranno al riparo da noi».
Khamenei: «Avanti sul nucleare»
Il successore di Khomeini: «La comunità internazionale non ci fermerà»
Nell’ultimo incontro per i negoziati, tenutosi il 19 luglio a Ginevra, l’Iran aveva chiesto due settimane di tempo per esaminare le proposte del 5+1 (i paesi con seggio permanente in Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania). Si trattava di incentivi per il nucleare civile in cambio di uno stop al programma di arricchimento dell’uranio.
Proprio mentre sfida la comunità internazionale, il regime khomeinista fomenta la tipica sindrome prebellica della madrepatria « accerchiata e umiliata dal potente e tracotante nemico esterno»; e la diplomazia, non solo quella europea, sembra piuttosto nervosa: non riesce a fermare la corsa scandalosa alla bomba atomica dei mullah e degli hezbollah.
Loro sanno quello che ( direttamente o indirettamente ) vogliono fare: cancellare dalla carta della storia i vicini di casa. E’ un programma “logico”, fondato sulla volontà dell’Onnipotente, ed è un forte desiderio, una vera e propria passione. Le democrazie invece credono nel “dialogo” e nella politica dell’appeasament, non all’esistenza dei  “nemici”, dell’ “odio islamista” o dell’apocalisse.
 Le democrazie credono anche, o credono di sapere, che nel rifiuto della complessità si annida la tirannia.
Intanto mentre in democrazia si discute, ci si interroga e si bisbiglia di affari, di petrolio, di sigarette e di “minaccia nucleare”, il regime dei  devoti all’Onnipotente guadagna tempo. E il “punto critico” si avvicina pericolosamente, rendendo purtroppo l’ipotesi di uno scontro militare, forse anche nucleare, sempre più concreta.
 
Link
 
>La bomba atomica iraniana destabilizzerà il Medio Oriente ...
“Panorama” 1 lug 2008 “... Sotto la forza del suo ombrello atomico, l’Iran potrà alimentare il terrorismo in Iraq, in Libano, a Gaza, negli Stati del Golfo Persico”.
P.s. Certo, abbiamo comunque la necessità, per vivere sufficientemente bene, di coltivare illusioni di possibile appeasament e sogni di pace. Il risveglio potrebbe anche essere brusco e provocare disillusioni tremende. Trattandosi di minacce “irrazionali”, pare purtroppo molto difficile, se non impossibile, che chi si proclama a gran voce servo dell’Onnipotente possa moderarsi da solo e agire «in modo responsabile costruttivo». E’ più probabile che una volta raggiunto il punto critico del suo “programma”, il regime khomeinista  invochi, ancora una volta, la volontà divina dell’Invisibile e salti in aria a corto circuito, con forti cariche simboliche.
Le guerre che non cessano di sconvolgere gli osservatori, scoppiano da sempre o troppo presto o troppo tardi…in modo inevitabile e imprevenibile, per motivi non sempre “razionali”.
 
Lettura consigliata
Camus, La Peste
"sì, Castel", egli disse, "è appena credibile, ma pare proprio che sia la peste".
Alzatosi, Castel si diresse alla porta.
"Lei sa cosa ci risponderanno", disse il vecchio dottore. "È scomparsa da anni dai climi temperati' " "Cosa significa sparire?" rispose Rieux alzando le spalle.
Sì. E ricordi: anche a Parigi, quasi vent'anni or sono".
"Bene. Speriamo che oggi non sia più grave d'allora. Ma è davvero incredibile".
La parola "peste" era stata pronunciata per la prima volta. A questo punto del racconto, che lascia Bernard Rieux dietro la sua finestra, si concederà al narratore di giustificare l'incertezza e la meraviglia del dottore: la sua reazione, infatti, con qualche sfumatura, fu la stessa nella maggior parte dei nostri concittadini. I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come Io erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com'egli sia stato diviso tra l'inquietudine e la speranza.
Quando scoppia una guerra, la gente dice: "Non durerà, è cosa troppo stupida". E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n'accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli.
 Il flagello non è commisurato all'uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni.
I nostri concittadini non erano più colpevoli d'altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.”
 
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venerdì, luglio 25, 2008

Questi fantasmi

QUESTI  FANTASMI
“ MA NON VIENI ? CHE FAI ?”
 
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"j'ai subi un singulier avertissement, j'ai senti passer sur moi le vent de l'aile de l'imbécillité… 
Baudelaire, Journaux intimes, 23 gennaio 1862
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Forse è solo un fantasma. O, come in Herzog di Saul Bellow, l’ombra di un soggetto “morto e stramorto”, senza più alcun messaggio per nessuno, alcun messaggio d’altrove ?
“Ma non vieni ? Che fai? “ disse Madelaine.
Forse non era ancora completamente sveglio. Herzog per un momento s’era fermato vicino al negozio di pesce, attirato dall’odore.
 [] Fermandosi un attimo sulla soglia metallica del montacarichi, Moses avvertì attraverso le suole sottili il disegno a rilievo dell’acciaio; come il Braille. Ma non scoprì nessun messaggio. Sembrava che i pesci, nel ghiaccio bianco, macinato, spumoso, si fossero fermati all’improvviso, nell’atteggiamento di quand’erano vivi.
 [] “Non posso mica aspettare te, Moses” disse Madelaine, perentoria, parlandogli da sopra la spalla.
Entrarono nel caffè e si sedettero al tavolo di formica gialla.
“ Che stavi facendo, a perdere il tempo a questo modo?”
“Be’, sai, mia madre veniva dai Baltici. Il pesce le piaceva moltissimo.”
Ma Madelaine non aveva nessuna voglia d’interessarsi di mamma Herzog, morta da vent’anni, per quanto madrediretta potesse essere l’anima nostalgica di quel signore. Moses, riflettendo, si rimproverò. Lui, per Madelaine, era già un tipo paterno- non poteva pretendere che lei prendesse in considerazione anche sua madre. Era una persona morta e stramorta, una di quelle che non possono fare più nessun effetto sulla nuova generazione. ( Saul Bellow, Herzog, trad. di Letizia Ciotti Miller, RCS Quotidiani S.p.A., Milano, 2007, pp. 166-167).
 
“ Evidentemente” -  commenta il compianto Elvio Fachinelli ( nella Mente estatica, Adelphi, 1989, p.71, citando le pp. 150-151 della prima edizione feltrinelliana di Herzog del 1971) - “ è la madre viva nel protagonista del romanzo, Moses Herzog, che si ferma sulla soglia del montacarichi ed è colpita dal negozio del pesce – insieme al bambino Herzog. Per ‘un attimo’: è un buco di tempo che rispetto a quello quotidiano appare come dormiveglia, contrattempo, pura perdita. [] Il messaggio è nell’intensità di sensazioni che precipitano un ricordo. Di chi ? Della madre e del bambino Herzog ? Un soggetto – misto, confuso ? ”
Nel fuori tempo dell’estasi, dove non c’è dove e “le acque si confondono”, le percezioni, le emozioni e i sentimenti diventano densi, agglutinanti – com’è forse la memoria di tutti gli esseri incompiuti. Tuttavia, per quanto l’emozione di una tale piccola esperienza estatica possa apparire ad altri colpevole, una nostalgia colpevole, o perlomeno ridicola, il fuori tempo dell’estasi “nascostamente vive e non si lascia eliminare”.
L’Angelo Custode ? La situazione comune a molti ciechi illuminati, oggi come ieri, è l’impossibilità di essere  soli al mondo: c’è sempre qualcuno che ha per voi un messaggio inaudito e vi conduce per la manina.
 
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domenica, luglio 20, 2008

La pantera profumata

 POESIA
LA PANTERA PROFUMATA
Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili (Rm 8,26). 
Immagino che al momento di congedarsi il giovane ricco ( v. il post qui sotto) si sia ritrovato in uno strano vuoto. Non proprio un vuoto nichilista o nient’altro che un buco nella lingua, ma un vuoto come fresca traccia… l’odore e il segno del passaggio di un cacciatore e della preda…
L'amore non è un idillio, l'assenza è infinita, e il desiderio non è una cosa semplice. Forse il giovane sente, come un poeta o un innamorato, una continua e forte nostalgia di te.
Nel suo parlare umano, quasi delirante, oggi parla di te non più come di un maestro “buono”, se non buonista, ma come della “pantera profumata” di certe allegorie del Cristo che figurano nei bestiari medievali ( Physiologus e bestiario). E ti paragona alla poesia : una pantera splendida nell’immaginazione, che - come diceva Zanzotto in una intervista del 1981 in una scuola di Parma - se cerchi di normalizzare e standardizzare non si fa prendere neanche per la coda.  Ecco un desiderio più alto e più veloce della morte abituale.
Sarà pure un improvviso ed imprevisto scarto, ma dopo aver fatto sentire al giovane ricco il tuo profumo, balza su di lui come una pantera e travolgilo - ti prego, ti preghiamo… Non sei forse il suo Re dedito a una caccia rischiosa e irrinunciabile ?  
 
Batter my heart, three-personed God, for you
As yet but knock, breathe, shine, and seek to mend;
That I may rise, and stand, o'erthrow me, and bend
Your force to break, blow, burn, and make me new.
I, like an usurped town, to another due,
Labour to admit you, but Oh, to no end.
Reason, your viceroy in me, me should defend,
But is captived, and proves weak or untrue.
Yet dearly I love you, and would be loved fain,
But am betrothed unto your enemy:
Divorce me, untie or break that knot again,
Take me to you, imprison me, for I,
Except you enthrall me, never shall be free,
Nor ever chaste, except you ravish me.
 
Batti in breccia il mio cuore, o trino Dio; ché tu non hai fatto finora che bussare , spirare, splendere e cercar di emendare;
affinché io possa sorgere e drizzarmi, travolgimi ed avventa la tua possa su di me, a infrangermi, colpirmi, ardermi e rinnovarmi…
divorziami, sciogli o spezza quel nodo nuovamen